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Ma chi possiede i dati? Come possono essere utilizzati in modo equo e trasparente? E che ruolo ha la regolazione europea in questo scenario? La risposta a queste domande è al centro del Data Act, uno dei provvedimenti normativi più ambiziosi dell’Unione Europea per il futuro dell’economia digitale.
Il valore economico del dato
I dati generati da individui, dispositivi e imprese sono sempre più utilizzati per prendere decisioni aziendali, ottimizzare processi produttivi, personalizzare servizi e sviluppare nuove tecnologie. Le imprese che sanno analizzare e integrare grandi quantità di dati sono in grado di anticipare i bisogni dei clienti, ridurre costi, migliorare l’efficienza e innovare più rapidamente.
Secondo la Commissione Europea, il valore dell’economia dei dati nel continente potrebbe superare i 1.000 miliardi di euro entro il 2030, come riportato nel piano Digital Decade 2030. Tuttavia, a fronte di questo potenziale, permangono asimmetrie nell’accesso ai dati, che rischiano di rafforzare la posizione dominante delle big tech e rallentare l’adozione di modelli innovativi da parte delle PMI europee.
La capacità di trasformare i dati in decisioni efficaci dipende anche da una solida organizzazione interna. In questo senso, la corretta strutturazione funzionale delle attività AFC rappresenta una leva fondamentale per governare le informazioni in modo strategico.
Che cos’è il Data Act
Il Regolamento (UE) 2023/2854, noto come Data Act, è stato approvato definitivamente nel dicembre 2023 ed è entrato in vigore l’11 gennaio 2024. È il secondo pilastro — dopo il Data Governance Act — della strategia europea per una trasformazione digitale equa e sostenibile. Il suo obiettivo principale è promuovere la condivisione dei dati tra imprese, cittadini e amministrazioni pubbliche, rafforzando la competitività e la sovranità digitale dell’Unione.
Tra i punti chiave:
- Obbligo per i produttori di dispositivi connessi (IoT) di rendere i dati accessibili agli utenti e, su richiesta, a terze parti autorizzate;
- Maggiore trasparenza nei contratti di condivisione dati, soprattutto tra imprese;
- Norme per prevenire pratiche anticoncorrenziali da parte dei fornitori cloud;
- Meccanismi per l’uso dei dati in situazioni di emergenza pubblica da parte delle autorità.
Economia dei dati e data act: impatti sulle imprese
L’adozione del Data Act cambierà in modo significativo il modo in cui le aziende europee gestiscono i dati. In particolare, le imprese dovranno:
- Adattare le proprie policy interne per essere conformi ai nuovi obblighi di accesso, condivisione e interoperabilità;
- Rivedere i modelli di business, specie per chi fonda la propria strategia commerciale sulla raccolta e monetizzazione dei dati;
- Investire in governance dei dati, sicurezza informatica e formazione del personale;
- Cogliere nuove opportunità, specialmente per le PMI, che potranno accedere a dati finora inaccessibili, creando servizi e prodotti più competitivi.
Per molte aziende, questo passaggio normativo potrà rappresentare un costo iniziale, ma nel medio termine potrebbe aprire spazi di innovazione e collaborazione prima impensabili, rendendo il mercato europeo più dinamico e tecnologicamente avanzato.
Una strategia per l’autonomia digitale
Il Data Act va letto all’interno di una visione più ampia dell’UE, volta a rafforzare la sovranità digitale europea. In un contesto globale dominato da colossi americani e cinesi, Bruxelles punta a creare un ecosistema in cui i dati siano disponibili, sicuri e condivisi, senza rinunciare a principi fondamentali come la privacy, l’etica e la concorrenza leale.
Non si tratta solo di una questione tecnologica, ma di una vera e propria scelta strategica per il futuro dell’economia europea. In questo senso, il Data Act si affianca ad altri strumenti legislativi come il Digital Services Act e le normative su cybersicurezza e cloud.
Regolazione e competitività: un equilibrio possibile?
Come per ogni regolazione, anche nel caso del Data Act si aprono interrogativi: riuscirà a promuovere davvero l’innovazione? O finirà per complicare ulteriormente il quadro normativo per le imprese? Il rischio, come spesso accade, è che i vincoli normativi penalizzino le realtà più piccole o meno strutturate.
La sfida per le istituzioni europee sarà dunque quella di accompagnare l’implementazione del Data Act con strumenti di semplificazione, supporto e incentivazione. Parallelamente, sarà fondamentale costruire una cultura del dato diffusa, che veda nella condivisione e nella trasparenza non una minaccia, ma una leva di crescita.
Per comprendere pienamente l’impatto di normative complesse come questa, è utile considerare anche il contesto economico più ampio, fatto di tassi variabili, instabilità dei prezzi e scenari in evoluzione. L’articolo su inflazione e crescita economica offre un quadro utile per collocare la trasformazione digitale entro le dinamiche macroeconomiche.
Il dato come risorsa comune
Il dato non è solo un elemento tecnico, ma un bene economico e sociale. Riconoscerne il valore, regolarne l’uso e renderlo accessibile nel rispetto dei diritti individuali è una delle sfide centrali del nostro tempo.
Il Data Act rappresenta un tentativo coraggioso di governare questa trasformazione, trasformando la data economy in un’opportunità concreta per le imprese, per la competitività europea e per una crescita più equa, aperta e sostenibile.
Ludovico De Tomi, esperto in finanza aziendale e gestione del rischio, supporta le imprese italiane nello sviluppo di strategie finanziarie sostenibili e innovative.




